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1. Eugenio e Giacomo Del Giudice

 
 
 

Con la fine della feudalità i beni del principe vennero acquistati dai Giuliani ( che già possedevano gran parte del territorio di S. Lucido) e dai Del Giudice, patrizi amalfitani in origine e dediti al commercio, i quali rappresenteranno i protagonisti delle vicende politiche e sociali del paese. Costoro, infatti, furono a capo del movimento giacobino della zona. Donna  Michelina Barone, moglie di  Eugenio Del Giudice, animata da amor patrio si distinse nel 1860 nell’ aver portato prontamente il suo aiuto e la sua assistenza ai feriti garibaldini e, assieme ad altre tre nobildonne, nell’ aver donato a Garibaldi una bandiera tricolore riccamente ricamata, attualmente conservata in una sala del Municipio di Genova, ricevendo per questo dall’ eroe dei due mondi una lettera di ringraziamento.

 

 

Tra tutti i membri di questa numerosa famiglia, spicca la figura di Eugenio Del Giudice, nato a Belmonte il 13 novembre 1809, nel quartiere destro, da Bonaventura Barone e da Rosa Miraglia. Fu patriota sincero ed operoso e soffrì continue persecuzioni da parte del governo borbonico. Partecipò assiduamente ai lavori del Senato, divenendo egli stesso Senatore, finché non ne fu impedito dalle malferme condizioni di salute. Morì a Belmonte il 01 aprile 1876. Il figlio Giacomo nacque il 18 luglio 1838, si laureò a vent’ anni in Scienze Economiche, Amministrative e Giuridiche presso l’Università di Napoli e durante i suoi anni universitari fece parte di tutti i comitati liberali che si costituirono a Napoli. Iniziata la carriera amministrativa, fu nominato

consigliere di prefettura, prima a Cosenza e poi a Napoli, ove restò fino al 1865, anno in cui si trasferì a Firenze, nuova capitale d’Italia, e collaborò al giornale “Italia” fondato e diretto da Francesco De Sanctis. Fu deputato per la sinistra su varie legislature  ricevendo attestati di stima da parte di Farini , De Prestis, Lanza. Si distinse per impegno nel lavoro parlamentare, fu segretario dell’Ufficio di Presidenza della Camera. Morì il  01 novembre 1902.

 

2. Padre Giacinto di Belmonte

 
 

Nacque da Giuseppe Osso e  Maria Garritano nella umile casa di contrada Motta, a S.Barbara, uno dei primi insediamenti urbani formatosi nel territorio belmontese. Venne registrato all’anagrafe col nome di Francesco Saverio Osso pochi giorni dopo la sua nascita avvenuta il 23ottobre 1839. Francesco crebbe in quella che si potrebbe definire una casa povera ma felice ; sebbene non vi fossero grandi agiatezze, fu sempre accerchiato da attenzioni e premure che, poi, egli stesso profuse nella sua attività di servitore di Cristo. A Francesco seguirono altri figli: Matteo, Luigi, Rosa, Fedele, Pasquale, Giovanni, Nicola e Maria. Francesco, fin da piccolo, dimostrò una spiccata predilezione per le lettere e gli studi umanistici, a scuola era uno scolaro attento e diligente. I genitori, compiaciuti per questa sua grande passione, fecero di tutto per potergli garantire la prosecuzione degli studi. Lo studente si trasferì presto a Paola, già allora, il centro più importante del litorale tirrenico. Il soggiorno  a Paola segnò non poco la personalità del giovane,

 colpito soprattutto dalla quiete che vi permaneva, attento osservatore della regola, massima espressione della povertà. Terminati gli studi espresse la volontà di entrare nell’Ordine dei Cappuccini. Nell’ agosto del 1857, salutati i parenti,  Francesco partiva invece per il convento di Rogliano in cui, nel rispetto delle leggi ecclesiastiche del suo tempo, rinunciò al nome di battesimo e assunse quello di Frate Giacinto da Belmonte Calabro. Qui vi trascorse l’anno di noviziato e poi fu trasferito ad Acri dove fu ordinato sacerdote il 12 gennaio 1865. Frate Giacinto adoperò lo strumento della preghiera e della predicazione ovunque andasse e ovunque gli fosse possibile arrivare . Era uomo dal carattere deciso , ma amorevole , pronto alla parola di conforto e  alla consolazione. Durante gli anni della soppressione dei conventi, 1866-1867, Padre Giacinto si rifugiò insieme ai confratelli in un palazzo messo a disposizione per loro da un benefattore, collocato nelle vicinanze di una vecchia chiesetta  da cui i frati seguitarono ad espletare quasi tutte le loro funzioni  religiose più importanti. In quegli anni iniziò a scrivere alcuni libri e le sue opere ebbero larghissima diffusione, grazie ad una prosa semplice e chiara in cui era sovente  la denuncia dell’esistente divario tra le classi ricche e meno abbienti. Ne  I poveri e i ricchi  pone questa posizione di privilegio dei ricchi e ne esorta i doveri morali a cui ci si dovrebbe piegare. La sua difesa, così manifesta ed esplicita, nei confronti dei deboli suscitò un tale clamore che, persino Papa Leone XII, nel 1891, emanò l’enciclica “Rerum Novarum” riconoscendo la necessità dei sindacati operai ad una legislazione sociale che sancisse i diritti dei lavoratori, dando quindi merito  alle azioni del frate cappuccino. La produzione letteraria di Padre Giacinto è davvero vasta; si va da scritti religiosi a quelli che trattano i rapporti fra stato e chiesa, dagli elogi a discorsi filosofici e teologici. Il 28 novembre 1875 venne eletto IV Definitore Provinciale e quindi ebbe inizio la sua collaborazione col Padre provinciale. Il suo intervento nella ricostruzione dei conventi fu incessante poiché sentiva urgente il desiderio di ripristinare il maggior numero possibile di essi che gli anni della soppressione avevano cancellato. A Belmonte non vi riuscì a causa dell’esiguo numero, anzi nullo, dei frati. Riuscì, invece, a stipulare l’acquisto del convento di Morano Calabro. Il 10 ottobre 1882 venne eletto Padre Provinciale della provincia religiosa di Cosenza e il 9 maggio 1884, a Roma, fu investito della carica di III Definitore Generale. Prestò servizio a Roma per oltre un decennio (8.5.1885-8.5.1897). Nel 1887, Papa Leone XIII, considerandolo uno dei religiosi più preparati, volle nominarlo Consultore dell’ Indice. Padre Giacinto accettò questo incarico con entusiasmo nonostante questo lo mantenesse lontano dalla sua terra e dai suoi confratelli che aveva lasciato ad Acri. Continuò a seguirli da lontano e a supportarli di tutto l’aiuto di cui fu  capace. Nell’anno 1893, nell’ex orto dei cappuccini di Acri, egli benedì e collocò la prima pietra di una nuova chiesa dedicata alla S.V. Immacolata, nella quale riposeranno le ossa del concittadino acrese più illustre, il Beato Angelo a cui Padre Giacinto fu affezionato e devoto. Questa opera accrebbe il prestigio di padre Giacinto e rese grande la città di Acri. Il suo ritorno nella città calabrese rappresentò la liberazione da un modo di vivere non rispondente al suo costume semplice. Finalmente sotto la sua sorveglianza finirono i lavori di costruzione della Chiesa, interrotti per la cattiva diligenza di alcuni impegnati solo ad infangare il buon nome del frate. L’opera terminò nell’anno 1897, pochi anni prima della sua morte  ivi avvenuta il 23 ottobre 1899. Il 27 luglio 1994, i pronipoti pongono una lapide in nome e a ricordo di Padre Giacinto Osso, “ luminosa  figura di apostolo della fede e prolifico scrittore”.

 
 
3. Michele Bianchi
 
 

Uomo politico nacque il 22 luglio 1883 da Donna Chiarina De Bonis e da Francesco Bianchi, nel centro storico di Belmonte, dove ancora possiamo visitare la casa natia. Frequentò il liceo a Cosenza, e a Roma si iscrisse alla facoltà di Legge. Per dedicarsi all’attività politica, lasciò gli studi divenne redattore dell’avanti e dirigente dell’ Unione Socialista Romana. Il 1° Luglio 1905 Michele bianchi assunse, per qualche mese, la direzione di Gioventù Socialista ( organo della Federazione Nazionale Giovanile Socialista ) organizzando una vasta campagna antimilitarista. Per tale fatto, fu deferito a dall’autorità e condannato. Nel dicembre si trasferì a Genova, come Segretario della locale camera del lavoro, e assunse la direzione di “Lotta Socialista”, svolgendo sin dall’ inizio una intensa attività giornalistica ed organizzativa per dare alla corrente sindacalista l’egemonia sul proletariato locale e dirigendo, per tutto il 1906, numerose agitazioni sia Genova che a Savona, dove si trasferì più tardi.

 Nel 1907 si trova a Ferrara e lì diresse il periodico la “ Scintilla” e apportò alle sue direttive un numero decisamente elevato di aderenti. Scoppiato il conflitto europeo, Bianchi si schierò nettamente per l’intervento dell’ Italia contro gli imperi centrali ma recesse e fondò il Fascio Rivoluzionario d’Azione Internazionalista, di cui divenne Segretario, firmando il manifesto detto “appello ai lavoratori d’Italia”. Faceva seguito al manifesto una stretta collaborazione con  Mussolini. Costituitosi il partito Nazionale fascista nel novembre 1921, Bianchi fu eletto membro del comitato centrale, e quindi, come uomo di fiducia di Mussolini, Segretario Generale e membro della commissione incaricata di elaborare il programma statuto del partito. La sua attività è contraddistinta, in questo periodo, da una sottile politica mediatrice,  egli prospettava  l’alternativa tra ascesa al potere con nuove elezioni o per la via rivoluzionaria, dichiarandosi con Balbo e Farinacei, favorevole all’ultima soluzione. Decisa la rivoluzione, Bianchi svolse il compito di primo piano nella preparazione della Marcia su Roma. Da una parte, fu sua cura organizzare più saldamente il partito e allargarne l’influenza anche nelle regioni meridionali; dall’altra funzionò da spalla di Mussolini nei contatti con le varie forze politiche, Il 14 maggio 1924 rassegnò le dimissioni dalla carica di Segretario generale del Ministero degli Interni per incompatibilità con quella di Deputato. L’anno dopo, però, fu nominato alla carica di sottosegretario di stato ai lavori Pubblici con compiti specifici per le regioni sottosviluppate, rivolgendo gran parte della propria attività al potenziamento economico della natia Calabria, ottenendo mirabili risultati. Ritornato a Roma partecipò all’attuazione già in corso dell’ordinamento podestarile, alla riforma dello stato giuridico dei segretari comunali, al riordinamento dell’organismo della Provincia, al rinvigorimento della politica sanitaria ed assistenziale. Il 12 settembre 1929 il Bianco fu eletto alla carica di Ministro dei Lavori pubblici, dove mise a disposizione della nazione le sue esperienze calabresi. Contemporaneamente, le sue condizioni di salute, già da tempo precarie per una grave malattia, peggiorarono irrimediabilmente portandolo alla morte prematura, a Roma il 03 Febbraio 1930. Michele Bianchi è ricordato ancor oggi come grande politico soprattutto in Calabria, dove era lieto di tornare nelle pause della vita politica romana e dove vi sono vie e piazze a lui dedicate, e un monumento in ricordo del suo impegno per la Calabria e per tutti i lavoratori. Di lui, Mussolini scrisse: “Seppe contemperare il carattere particolarmente violento del movimento con le esigenze d’alcune situazioni politiche preesistenti che bisognava liquidare con saggezza...   non si servì mai del fascismo, ma lo servì con umiltà".

 
 

4. Galeazzo di Tarsia, poeta VI Barone di Belmonte

 
 

Nel 1530 nella baronia di Belmonte successe a Vincenzo Galeazzo appena decenne, essendo nato nel 1520 a Napoli. Egli fu il VI barone di Belmonte, ebbe un’educazione quale allora si dava ai rampolli di famiglie feudali, esercizi cavallereschi non disgiunti da studi letterari, e fu terrore dei suoi vassalli e tiranno della sua famiglia.

Fino a vent’ anni Galeazzo visse a Belmonte, verso il 1540 partì per Napoli, e nel 1543 ritornò a Belmonte e sposò Camilla Carafa, sorella del conte di Mondragone, che morì giovanissima nel 1544. Da queste nozze nacque una figlia, Iuliella. Si iniziò subito ai modi di vita dispotici assai comuni fra i baroni meridionali ed fu accusato di  compiere sevizie,

soprusi, adulteri, violenze, stupri; di estorcere grosse somme di denaro, di aggredire a mano armata chi non si piegava alle sue insane e pazze voglie, di riempire le carceri di infelici. Gli abitanti di Belmonte si ribellarono e ricorsero ai magistrati del regno con querela che esponeva minutamente la condotta del giovane barone di Belmonte. Essa fu sottoscritta da un gran numero di vassalli ed immediatamente inviata a Napoli. Con una sentenza del tribunale Galeazzo fu condannato alla relegazione per tutta la vita, nell’isola di Lipari, perché riconosciuto reo di molti e gravi delitti. Per un anno e mezzo Galeazzo rimase relegato nell’isola, con la privazione delle prerogative feudali. Ritornato nel feudo, Galeazzo fu implicato in una grave azione di rappresaglia e in atti di brigantaggio contro la cittadina d’Amantea, aiutato nelle sue violente e omicide scorrerie dai fratelli Cola Francesco e Tiberio. Confinato a Napoli, a causa della morte della moglie, ritornò a Belmonte per pochi giorni. Dopo un’altra relegazione sull’isola di Lipari, Galeazzo partecipò alla guerra di Siena, forse per riabilitarsi, ma nel 1553 rimase ucciso quasi certamente sull’oscuro sfondo delle vendette contro le prepotenze baronali. Per l’intensità e l’intima accensione lirica delle rime, egli è stato considerato il più originale dei petrarchisti.  I suoi sonetti, infatti, dimostrano il grado di finezza culturale del poeta. Pur entro gli schemi della tradizione petrarchesca, in verità, riuscì ad esprimere un animo nuovo e una poesia senza scorie, nervosa ed energica, ricca di sensibilità, d’originalità e temperamento passionale. Egli fu animato da forti e profondi pensieri, di solito gravi e meditativi, volti a cogliere l’ombra fosca, il dolore che consuma, l’ insormontabilità degli ostacoli, la forza del destino avverso. Le immagini più personali del Tarsia si aggirano intorno ai temi della solitudine, della natura aspra e selvaggia, dell’isolamento dell’uomo nella vita, della necessità di riparo per evitare la vendetta dal cielo, della sera e  del colore nero che possono improvvisamente incombere in qualsiasi ore del giorno. Scrisse e compose le sue rime a Belmonte, nel suo castello, inconscio del suo valore di poeta. E come spesso accade per i grandi personaggi, la  sua  fama sorse solo dopo la sua morte. Oltre a Foscolo, anche il Marino e il Tasso usarono molte espressioni poetiche del nostro Galeazzo e Leopardi si servì del tarsiano ermo colle per il suo “Infinito”.

 
 
 
 
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